A FRIEND, IBRAHIM MAHAMA A MILANO

07/03/2019

A FRIEND, IBRAHIM MAHAMA A MILANO
Ibrahim Mahama, Silence between the lines, Ahenema Kokoben, Kumasi, 2015, Kumasi, Ghana, foto courtesy dell’artista

In occasione delle prossime Art Week e Design Week milanesi, la Fondazione Nicola Trussardi ha commissionato al giovane artista ghanese Ibrahim Mahama A Friend, un’installazione site specific che non passerà inosservata: dal 2 al 14 aprile l’artista avvolgerà di sacchi di juta i caselli daziari di impronta neoclassica di Porta Venezia, modificandone drasticamente, seppure solo temporaneamente, l’identità e riportando passanti e visitatori ai tempi raccontati nei Promessi Sposi – da qui Renzo entra in città, a pochi passi lungo l’attuale corso Buenos Aires sorgeva il vasto recinto del lazzaretto – ma soprattutto a temi fondamentali della contemporaneità.

Se le opere di Mahama possono ricordare quelle di Christo – che già negli anni Settanta aveva ‘impacchettato’ i monumenti a Leonardo da Vinci e a Vittorio Emanuele in Piazza Scala e Piazza Duomo – diverse invece sono le tensioni dalle quali prende ispirazione Ibrahim Mahama: le migrazioni, la globalizzazione e la circolazione delle merci e delle persone attraverso i confini e le nazioni, le condizioni di sfruttamento che credevamo scomparse. 

Ibrahim Mahama, Silence between the lines, Ahenema Kokoben, Kumasi, Kumasi, Ghana, 2015, foto courtesy dell’artista

 

Le sue installazioni su larga scala impiegano materiali raccolti da ambienti urbani, come frammenti architettonici, legno, tessuti e, in particolare, sacchi di juta che vengono cuciti insieme e drappeggiati su imponenti strutture architettoniche. 

Come i sacchi americani usati per la distribuzione in Europa degli aiuti alimentari del piano Marshall furono forse alla base dell´ispirazione di Alberto Burri, così i sacchi di Mahama sono elementi fondamentali della sua ricerca: simbolo dei mercati del Ghana, sono fabbricati in Asia e importati in Africa per il trasporto su scala internazionale di merci alimentari e di vario genere (cacao, fagioli, riso, ma anche carbone).

Ibrahim Mahama, Fracture, Tel Aviv Museum of Art, Tel Aviv, Israel, 2016, foto courtesy dell’artista

 

Strappati, rattoppati e marcati con vari segni e coordinate, i sacchi con le loro drammatiche ricuciture raffazzonate diventano garze che tamponano le ferite della storia, simbolo di conflitti e drammi che da secoli si consumano all’ombra dell’economia globale. 

I sacchi di Mahama racchiudono allo stesso tempo un significato più nascosto che riguarda la forza lavoro che si cela dietro la circolazione internazionale delle merci. Il sacco di juta, spiega l’artista, «racconta delle mani che l’hanno sollevato, come dei prodotti che ha portato con sé, tra porti, magazzini, mercati e città. Le condizioni delle persone vi restano imprigionate. E lo stesso accade ai luoghi che attraversa». 

Per assemblare i sacchi, spesso Mahama collabora con decine di migranti provenienti da zone urbane e rurali, senza lavoro, senza documenti e senza diritti, vittime di un’esistenza nomade e incerta che ricorda le condizioni subite dagli oggetti utilizzati nelle proprie opere.

Ibrahim Mahama, Affordable Housing Project, No Stopping No Parking No Loading. Asokore Mampong Kumasi 2006 – 2016, Kumasi, Ghana, 2016, foto courtesy dell’artista

 

L´installazione A Friend di Ibrahim Mahama è stata commissionata dalla Fondazione Nicola Trussardi – che prosegue così un percorso avviato 19 anni fa con la presidenza di Beatrice Trussardi e la direzione artistica di Massimiliano Gioni – e prodotta in collaborazione con miart, fiera d’arte moderna e contemporanea di Milano, nell´ambito dell´Art Week milanese 2019.



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