Complessitá semplice

02/04/2010

Complessitá semplice
La biblioteca José Vasconcelos a Cittá del Messico

Alberto Kalach, venuto alla ribalta con la Biblioteca José Vasconcelos di Cittá del Messico, probabilmente una delle piú acclamate recenti opere di architettura in America latina, é una figura di spicco di una nuova scuola di architettura, proiettata a livello internazionale, che sta emergendo in questi anni in Messico come in molti altri paesi del Centro e Sud America. Il lavoro di Kalach é caratterizzato da una forte impronta Moderna, rielaborata con creativitá in base ad alcuni elementi della tradizione locale, primo tra tutti l´attenzione verso il disegno degli spazi aperti che si rivela nelle notevoli sequenze di rapporto tra interno ed esterno di opere come la Casa a Valle de Bravo del 1996 o nel giardino botanico della stessa Biblioteca Vasconcelos di dieci anni successiva. Abbiamo avuto occasione di intervistarlo, grazie all´ottima organizzazione della Responsabile del Servizio di Comunicazione e Conferenze, Amanda Prada, in occasione di una conferenza tenutasi presso l´Accademia di Architettura di Mendrisio e presentata da Valentin Bearth.

Domanda scontata, ma mai troppo scontata: come definisce il suo lavoro?

Tento di risolvere problemi legati all´abitare e al costruire.

Quali sono i passi fondamentali che compie sviluppando un progetto? Segue un metodo preciso?

Non direi che tendo a seguire un metodo preciso. Anche se credo che il metodo fondamentale sia visitare il sito, sentirlo, ritornarci, dedicare tutto il tempo necessario all´esperienza del luogo. Osservare l´orientamento, le viste e gli allineamenti, dove e come si entra. Talvolta peró il luogo non dice molto, anzi non dice proprio nulla, e i miei riferimenti diventano questioni come l´orientamento, la ventilazione. Ogni progetto comunque é un caso a sé e le regole cambiano di volta in volta. Facciamo ovviamente molti schizzi e molti modelli, ma quel che sicuramente cerchiamo di evitare é di partire con idee preconcette.

Esiste per lei un ideale di perfezione nel suo lavoro?

Questo ancora non lo so, altrimenti l´avrei giá fatto. Per il momento mi limito a fare le cose al meglio.

Cos´é allora ció che secondo lei distingue una grande opera di architettura?

Dal mio punto di vista ha molto a che fare con la coerenza tra spazio e struttura, che siano un cosa sola, e che questa sia convincente, che sappia sorprendere con le proporzioni, con la luce, con sorprese. Tutto questo si puó ottenere in modo molto semplice.

Da dove nasce il suo interesse per l´architettura? E quali le fonti di ispirazione fondamentali?

Fin da bambino mi ha sempre interessato la costruzione e il disegno. Come tutti ho incominciato copiando, e come tutti ho avuto una serie di idoli, ma la mia lista é particolarmente lunga. Il primo che mi viene in mente é Le Corbusier, ma anche varie e piú o meno passeggere infatuazioni, come quella per un libretto su Kenzo Tange che qualche tempo fa occupava un posto d´onore nella mia biblioteca. Mi affascina molto l´opera di Mies Van Der Rohe e, per un buon periodo, sono stato un fanatico dalla casa sulla cascata di F.L.Wright. E di sicuro non posso non citare i grandi maestri ticinesi come Galfetti, Botta, Snozzi e Vacchini. Infine Antoni Gaudí, un genio assoluto, anche se poco ortodosso. Alla fine, tutto ció che vedo mi interessa dal punto di vista dell´architettura e della composizione. Sono molto influenzato dalla scultura, dalla letteratura e, indirettamente, dalla musica. Di certo mi affascina il fenomeno urbano, tutto ció che riguarda lo sviluppo e l´evoluzione di una cittá e in particolare quelle ?architetture senza architetti? come quelle del libro, eccezionale, di Bernard Rudofsky (Architecture without Architects: a short introduction to non-pedegreed architecture, University of New mexico Press, 1987, NdR).

E giá che ci siamo, cosa invece non le piace?

Dato che l´architettura mi piace credo che in ogni proposta ci sia sempre qualcosa di interessante. Non mi piace granché questa recente architettura assurda, con superfici deformate e ritorte in modo del tutto gratuito, anche se ammiro profondamente Frank Gehry, che ritengo un caso unico e un artista notevolissimo.

Come vede la posizione, senza dubbio sempre piú influente, dell´America latina nel mondo - mi riferisco all´arte, all´architettura ma anche, a livello di pianificazione urbana con sistemi innovativi di mobilitá - e in particolare rispetto all´Europa?

A dir la veritá non sono molto cosciente di come sia la situazione qui in Europa. Quello che posso dire é che alcuni architetti messicani hanno avuto un certo impatto innovativo, in particolare Barragán, che ha rivalutato in architettura termini come serenitá, bellezza, ispirazione, ingiustamente caduti in disuso e che peraltro ricorrono anche nel pensiero di Luis Kahn. Credo comunque che in questo momento Europa e America latina si trovino di fronte a problemi molto differenti. In Messico mancano infrastrutture, mancano case, mancano una serie di servizi e di attrezzature di base che qui in Europa vengono date per scontate. é un po´ la stessa differenza che ci puó essere tra una persona che si sveglia ogni giorno senza sapere bene come fará a guadagnarsi il pane e qualcun altro un altro che, superati questi problemi, decide di andare in psicanalisi. In Europa ormai tutto é fatto e credo la questione sia piú in termini di evoluzione che non di sviluppo.

La ?matrice sospesa? degli scaffali nella grande navata centrale della biblioteca Vasconcelos é una composizione audace e incredibilmente dinamica, basata sulla contrapposizione tra un involucro pressoché stereometrico e un´ossatura interna varia e dinamica. Da dove nasce l´idea di questo progetto?

L´architettura della biblioteca Vasconcelos ha origine da un concorso, una formula che credo sia importantissima per esplorare questioni progettuali. All´inizio avevamo considerato diversi concetti di biblioteca: come quello del labirinto ben descritto da Borges o da Umberto Eco. Non c´é voluto molto per capire che questo schema non trova facile applicazione quando si affronta il tema di una biblioteca pubblica. Lo schema finale che abbiamo seguito é fondamentalmente quello della biblioteca illuminista, come quelle dei disegni di Ledoux o Boullée, dove gli archivi si sviluppano attorno a una grande navata centrale e che da almeno 200 anni si é rivelato particolarmente efficace. A questo abbiamo aggiunto un sistema dinamico di scale e di livelli. Abbiamo cercato di gestire il disegno in base a pochi particolari seriali, semplificando il piú possibile. Le soluzioni sono ricorrenti e questo senza dubbio ci ha facilitato notevolmente nel controllo generale sull´esecuzione dell´opera.

Un´ultima domanda, qual é la sua opera favorita?

Alla fine, l´opera favorita é quella su cui sto lavorando. Preferisco non legarmi troppo a quelle del passato.

Alberto Kalach

Nasce a Cittá del Messico nel 1960. é laureato in architettura presso la Universidad Iberoamericana a Cittá del Messico e Master in architettura presso la Cornell University di Ithaca, New York. Riceve numerosi premi a concorsi nazionali ed internazionali. Titolare nel 1998 della cattedra Eliot Noyes Chair presso la Graduate School of Design, Harvard University. Vincitore nel 2002 di un premio della Biennale di Venezia per il Lakes Project, un progetto di riqualificazione paesistica e urbanistica dell´importante sistema di laghi di Cittá del Messico e del Concorso della Biblioteca Nazionale José Vasconcelos di Cittá del Messico, completata nel 2006.



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