ARCHIGLOBAL / TANO LISCIANDRA

IOA 33 - Giugno 2010

Better City, Better life

Tra propaganda interna e marketing internazionale, a Shanghai ci si interroga su un tema fondamentale: trasformate in megalopoli, le città sopravviveranno a se stesse?

Danzatrici acrobatiche si esibiscono in occasione ell'expo di Shanghai

L’Expo occupa un’area di più di 5 milioni di metri quadrati disposta su entrambe le sponde del fiume Huangpu che divide tutta Shanghai in due zone: il Pudong, la zona est, che accoglie l’espansione più recente della città, e il Puxi, dove si trovano le concessioni internazionali e la città storica. Un ponte autostradale, battelli fluviali in continuo movimento e una linea di metropolitana dedicata, che per ora consta di due sole stazioni, collegano le due parti. Ciò non impedisce che si creino lunghe code agli imbarcaderi e alla stazione di accesso della metropolitana. D’altra parte sono non meno di 350/400 mila i visitatori, per lo più provenienti dalle provincie della Cina, che ogni mattina si presentano alle porte di ingresso dell’Expo e poi affollano il sito e i suoi padiglioni.

Per l’Expo il governo di Shanghai e quello centrale hanno investito somme enormi: 5 miliardi di euro per la realizzazione di infrastrutture e altre opere complementari nell’area espositiva; 19 miliardi di euro in  infrastrutture di trasporto e collegamento a Shanghai e nell’area metropolitana. In tre anni sono state realizzate nove linee metropolitane che hanno portato l’estensione complessiva della rete ad oltre 400 chilometri. Sei anni fa Shanghai aveva tre linee di metropolitana; oggi ne conta 12.

Il tema dell’Esposizione Universale del 2010 è Better city, better life e cioè la qualità della vita nelle città dove ormai vive più del 50% dell’intera popolazione mondiale e dove sono concentrate le più importanti attività economiche. La tematica si estende quindi anche all’organizzazione e alla pianificazione delle città con un forte accento sull’innovazione tecnologica finalizzata alla riduzione dell’inquinamento e alla sostenibilità ambientale. Anche per questi motivi, le autorità politiche e i media sottolineano che il sito su cui sorge l’Expo era prima occupato da  grandi acciaierie e da cantieri navali molto inquinanti che sono state trasferiti in più moderne aree industriali nei dintorni di Shanghai. Meno enfasi viene riservata alla demolizione di un certo numero di isolati residenziali che pure insistevano nell’area dell’Expo e al trasferimento degli abitanti ai quali è stato offerto un appartamento in altre zone periferiche della città o, in alternativa, una somma equivalente a 50.000 euro come contributo per l’acquisto diretto di una nuova abitazione.

Lo smantellamento delle fabbriche e la bonifica del sito non risolve il problema dell’inquinamento globale. Meglio poco che niente, si potrebbe ribadire, ricordando che per il prossimo Expo di Milano, il cui tema è Nutrire il pianeta, si è invece scelto di utilizzare due milioni di metri quadrati di terreni ancora agricoli. Anche in questo caso si potrebbe dire, e si dice, che sono ben poca cosa per l’agricoltura. Duecento ettari, tuttavia, rappresentano un’azienda di dimensioni più che ragguardevoli per la pianura padana e comunque – se non altro – anche l’apparenza e il bon ton hanno la loro importanza e avrebbero dovuto consigliare scelte diverse.

Torniamo però all’Expo di Shanghai per dire che l’affluenza di pubblico è enorme e che le stime di 70/80 milioni di visitatori potrebbero anche essere confermate dai fatti. L’Expo di Shanghai è innanzitutto una manifestazione che si rivolge all’interno della Cina. Un grande, gigantesco spot per  promuovere e rinforzare il messaggio (che peraltro per molti aspetti corrisponde al vero) che il popolo cinese ha lasciato alle sue spalle fame e subalternità ed è proiettato verso un futuro di prosperità e supremazia con tutte le carte in regola.

Nel mentre parla al popolo cinese, l’Expo di Shanghai vuol far intendere a tutto il mondo che la Cina non è un colosso dai piedi di argilla ma che sue ambizioni camminano su forti gambe, al tempo stesso potenti e veloci e che anche gli altri debbono stare al suo passo. Al di là della propaganda interna e del marketing internazionale, tuttavia, i motivi di apprensione non mancano. Lo stesso tema prescelto per l’Expo, Better city, better life, potrebbe essere rivelatore di una inquietudine profonda. La migliore qualità della vita urbana è per i cinesi una scommessa che deve assolutamente essere vinta. L’esponenziale crescita delle città, nonostante tutti gli sforzi messi in atto è un problema enorme dalla cui soluzione dipende, in buona misura, il futuro del grande Paese di Mezzo. I contingenti dei permessi di soggiorno nelle città, i limiti alla mobilità interna, le misure di polizia non potranno durare a lungo senza compromettere il cammino dello sviluppo. D’altra parte le megalopoli portano al collasso della città, troppo grandi e troppo estese per essere produttrici di ricchezza e di benessere. Se restiamo nell’ambito della metafora della città come organismo, tanto cara agli urbanisti di tutti i tempi e di tutti i paesi, e che anche qui all’Expo di Shanghai è stata largamente usata, potremmo dire che le megalopoli costituiscono l’obesità delle città, corpi troppo grandi e pesanti per le strutture e le reti nervose e idrauliche che le dovrebbero sostenere e far funzionare. L’Expo di Shanghai è dunque, a un tempo, un elogio della città - culla della “civiltà” - e una preghiera - laica e tecnologica, ma pur sempre una preghiera - per la sua sopravvivenza.

Non sempre i paesi espositori hanno svolto il tema con pertinenza e la stessa organizzazione spaziale del sito – dove sarebbe stato molto bello realizzare, e quindi sperimentare, un campione di quella città migliore che dovrebbe migliorare la nostra vita - lascia molto a desiderare. Se così fosse stato questo Expo avrebbe forse potuto lasciare quel segno che altre Expo del passato sono riuscite a dare. Invece i padiglioni dei vari paesi espositori sono distribuiti senza regole apparenti in un sito organizzato su grandi assi stradali (di impianto, vogliamo dire, sovietico?) del tutto sproporzionati anche rispetto ai pur grandi flussi pedonali che li percorrono. Su tutto sovrasta una sopraelevata pedonale che non porta da nessuna parte e che non dà accesso diretto ad alcun padiglione né ad alcuna struttura di servizio e che, non essendo percorsa se non da rari pulmini elettrici che vanno avanti e indietro, altra funzione non sembra avere che quella di ombreggiare il sottostante asse stradale. Se guardiamo all’architettura dell’apparenza e dell’effimero, il padiglione della Gran Bretagna, una sorta di “riccio” tecnologico, ambientato tra dune desertiche, è di grande effetto comunicativo; composti e “culturalmente corretti” il padiglione della Finlandia e quello della Danimarca, accomunati dal colore bianco del rivestimento, ma tutto racchiuso su se stesso il primo a forma di grande tazza, e tutto estroverso il secondo, a forma di spirale. Una sorta di museo Guggenheim per biciclette. Molto divertente il padiglione olandese che inventa un paesaggio urbano fantastico, sospeso nell’aria. Il padiglione italiano si distingue dagli altri per la grigia eleganza, simile a quella dei delegati ministeriali e confindustriali, presenti il 2 giugno per la festa della Repubblica, tutti rigorosamente in completo di fresco lana grigio scuro, con giacca a tre bottoni e pantaloni a stringere, camicia bianca e cravatta di seta, in tinta unita, tono su tono. Molto bello invece, senza se e senza ma, l’allestimento interno curato dalla Triennale che mette in mostra con raffinata maestria comunicativa le eccellenze del paese.

Quello che più colpisce di questa Expo di Shanghai sono però le tre sezioni in cui è stato articolato il tema Better city, better life. Urbanian mette a confronto i modi di vivere la città nei diversi contesti culturali, rappresentando in contemporanea la giornata di cinque famiglie, una per continente. City being rappresenta la città come organismo vivente, a partire dalla celebre frase di L. Munford: “La principale funzione della città è di convertire potere in forma, energia in cultura, materia morta in viventi simboli artistici, riproduzione biologica in creatività sociale”. Urban Planet, affronta il tema dei rapporti tra le città e la Terra alla ricerca di quale debba essere la strategia urbana per la sostenibilità. La risposta è che occorre conformarsi alla natura, secondo quanto afferma Lao Tzu nel Tao Te Ching, dal quale è stata presa la frase fondativa della sezione: “La regola dell’uomo è la terra; la regola della terra è il cielo; la regola del cielo è la ragione; la regola della ragione è intrinseca”.

Ciò che resterà  di questo Expo sono per me le emozioni provate attraversando nella semioscurità l’interno di questi padiglioni vibranti di oggetti, immagini fisse, immagini in movimento, suoni, rumori, vibrazioni. Arte, comunicazione visiva e sonora, informazione sono gli ingredienti di questi fantastici allestimenti capaci di  far vivere, in quello spazio e in quel tempo un’esperienza unica, razionale e sensoriale, irripetibile altrove e non rappresentabile altrimenti.

Questa mi è parsa la vera, grande novità di questo Expo di Shanghai che forse segna il tramonto delle icone plastiche, che pur con tutti gli sforzi non possono che mimare la dinamicità e la complessità e alla fine non rappresentano che se stesse, e l’avvio di un diverso modo di “esporre” le novità del nostro tempo che ha nella multimedialità il suo strumento di comunicazione, non più effimero di un padiglione usa e getta, non meno legato al tempo e al luogo dell’evento.

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