CANDIDA PLASTICITÀ

02/03/2015

CANDIDA PLASTICITÀ
I setti sfalsati della terrazza che immette all’ingresso principale sono rivestiti in pietra color ocra

Una villa ad Alatri dell’architetto Danilo Lisi.

Stefano Mavilio 

Nota la storia del villino, altrettanto nota quella della villa, che in realtà esiste da sempre giacché villa è quella dimora che si costruisce in villa, in vigna, in campagna (taluni ci vanno perfino in villeggiatura). Erano romane le ville di campagna, bellissime quelle imperiali - quella di Piazza Armerina per tutte, quella di Settefinestre per rimanere più vicini. Le ville palladiane e quelle degli epigoni, con un rapido salto di mille anni, erano addirittura bucoliche, perché bucolica divenne Venezia che pure fu regina dei mari. Diverso il caso della palazzina, che sciatta o di lusso che sia, mette insieme pezzi di ville e villini prima di darsi un albero genealogico coi Pediconi, i Moretti e i Ridolfi, autore – quest’ultimo – a sua volta di magnifiche ville bucoliche.

Il fronte d´ingresso (foto ©Moreno Maggi)

A che pro questo preambolo? Perché il villino dell’architetto Lisi – nella poetica più che nelle forme – è palazzina e villino ma è anche e soprattutto villa di campagna; e delle due varianti note, quella accentrata-cubica e quella decentrata-aperta (la palladiana con barchesse, per intenderci), certamente afferisce alla prima, secondo un modello divenuto alla moda nell’Ottocento. È – ancora – Architettura più che edilizia. E dei maestri di cui sopra e di altri che citerò più avanti, rammenta qualcosa, pur nella sua contemporaneità. Ci vedo perfino Loos, nell’incastro-modulazione dei volumi, in un perfetto raumplan di campagna.

Vengo ai fatti. Il villino ad Alatri, progettato e portato a compimento nel 2013, risponde ad una precisa istanza della committenza: “una casa aperta verso le montagne, ma contemporaneamente un luogo intimo e raccolto” compatibilmente e in ottemperanza alle “necessità” del luogo. Risponde a questa richiesta un edificio che copre una superficie complessiva di 170 metri quadri al piano rialzato – piano nobile diremmo noi – con ampia cucina, pranzo, soggiorno e i letti nel numero necessario.

Il progetto sviluppa primariamente il tema del rapporto pieni/vuoti, in sintesi del duale, che a sua volta si declina secondo tematiche diverse. Nei rapporti con l’ambiente: la cittadella, all’apparenza fortificata ma che si apre al paesaggio mediante un sistema complesso di aggetti (logge, balconi, sporti di tetto, alla maniera di un quadro di Mondrian); nei rapporti con l’edificio – di contro – sviluppa il tema del “pozzo”, secondo il quale lo spazio interno si struttura intorno al vuoto della scala interna, che come un attrattore – certamente non caotico – chiama a sé i diversi luoghi nei quali si articola lo spazio medesimo.

La loggia del fronte nord rivolto verso la valle (foto ©Moreno Maggi)

Dualità chiaramente avvertibile nel difficile ma risolto rapporto fra la calma del “nido familiare” – ordinato – e l’apparente disordine delle “facce” esterne – in particolare mi piace il prospetto della “zona giorno”, prospetto Ovest, disegnato non senza un rimando alla casa progettata da Luis Kahn per Margaret Esherick nel 1961 – che si presentano diverse l’una dall’altra con infiniti rimandi alla Storia. Cito a caso, non senza evidenza documentale e con chiaro riferimento alla “Scuola Romana” alla quale Lisi appartiene di diritto: Gaetano Minnucci, via Carini, nel 1928; Umberto Travaglio e Attilia Vaglieri, tre villini degli anni ‘30 al viale Aventino, due dei quali improvvidamente demoliti; Mario Marchi, palazzina Federici del 1938; e ancora: Vincenzo Monaco e Amedeo Luccichenti, in via San Valentino (1948-50); Luigi Pellegrin, in via Francesco Mengotti, anni ‘50; Mario Paniconi e Giulio Pediconi, a villa Balestra e – per chiudere una lista che si farebbe troppo lunga – Pietro Sforza, in via B. Oriani 67, negli anni ‘30.

La terrazza che immette all´ingresso principale è protetta da frangisole (foto ©Moreno Maggi)

Intendo dunque quello straordinario momento culturale nel quale le istanze storiche non erano andate smarrite del tutto, legando Tradizione e Modernità in una composizione semplice ma non corriva di volumi, insieme ad un corretto funzionamento delle piante (funzionamento, non funzionalismo) che a cavallo fra l’existenz minimo e il “gran lusso” ci consegnarono piccoli capolavori, sommariamente “giustiziati” in nome di una incompresa modernità. Su questa linea lavora Lisi, nel solco dei Maestri. E non posso che compiacermene.

 

Dall´alto, la zona giorno caratterizzata da grandi aperture panoramiche e la scala protetta da parapetti in vetro (foto ©Moreno Maggi).



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