La fabbrica del museo

15/12/2010

La fabbrica del museo
Il Museo Soumaya a Cittá del Messico

Tra i diversi aspetti che caratterizzano il lavoro di Fernando Romero, alcuni contribuiscono a farne un caso emblematico nell´attuale cultura reticolare e globalizzata. Innanzitutto Romero, titolare di uffici in Messico e negli Stati Uniti, si é formato professionalmente in ambito internazionale. La sua prima importante opera, il Museo Soumaya? posto in una zona industriale dismessa di Cittá del Messico ed oggi caratterizzata da un enorme potenziale commerciale? si distingue per l´impiego di tecnologie d´avanguardia, messe a punto da consulenti come Arup, e Gehry Technologies: la societá di strumenti e soluzioni per l´architettura e l´ingegneria, fondata dal Pritzker Frank O. Gehry sulla base dell´esperienza di realizzazione dei suoi affascinanti, ma complicatissimi, edifici. Il progetto, infine, é finanziato dalla Fondazione Carlos Slim, giá finanziatore di importanti interventi di riqualificazione urbana, uno dei massimi collezionisti di opere di Auguste Rodin e, secondo la rivista Forbes, l´uomo piú ricco del mondo, ancor piú di stramilionari come Bill Gates o Ingvar Kamprad di IKEA.

Dal punto di vista architettonico il Museo Soumaya é un´interessante versione estrovertita della logica di circolazione del Guggenheim di Wright, combinata con una fluida sequenza verticale di spazi che ricorda la Seattle Library di OMA. Le viste sulla cittá per dimensioni, la prima megalopoli del mondo (20 milioni di abitanti) ? sono liquide, multiple, concatenate in sequenza e, attraverso l´involucro trasparente a "lattice shell", inquadrano in modo inaspettato il caos dinamico del panorama urbano.

Un progetto dalle forme ambiziose e poco calato nel contesto locale, dominato dal vernacolo dei muri in adobe e pietra a secco? Non esattamente. La produzione di ogni singolo elemento della struttura metallica del Museo proviene da tecnologie e componenti per l´estrazione del petrolio di proprietá dello stesso Slim, prodotte in Messico ed esportate in tutto il mondo. Questa imponente concentrazione di alta tecnologia e di capitali dimostra, al contrario, la capacitá di realizzazione di soluzioni molto evolute e difficilmente immaginabili anche in paesi con sistemi economici maturi e consolidati.

Abbiamo avuto l´occasione di visitare il cantiere del Museo Soumaya e di intervistare Fernando Romero, nel suo ufficio principale, che si trova ormai da diversi mesi nella fabbrica dello stesso Museo.

Fernando Romero, come descriverebbe il suo lavoro?
Mi dedico a tradurre informazioni, regolamenti, in breve, tutto quanto mi si impone o proviene dal contesto, in forme costruite.

Come si sviluppa il suo lavoro? Segue un metodo preciso?
Non lavoriamo mai nello stesso modo, seguiamo un processo creativo che si sviluppa sempre in modo differente, attraverso modelli e disegni. Certe volte ci criticano per il profilo economico delle nostre opere o per la loro forma, ma questo non ha nessuna importanza dato che quello che faccio non é altro che una traduzione delle condizioni in cui mi trovo ad operare.

Quali sono le sue influenze principali a livello progettuale?
A dir la veritá mi interessa molto di piú la tecnologia e sempre meno l´architettura "da architetti". Credo anzi che un tema fondamentale, specialmente in un paese come il Messico, sia quello della residenza autocostruita, questione nella quale ho intenzione di calarmi a capofitto. Non credo infatti che, data la condizione attuale, ci sia alcuna possibilitá per i progetti pubblici di housing. Né credo che dal settore pubblico possa provenire, in questo momento come nei prossimi anni, alcun cambiamento positivo. Mi sembra al contrario che il massimo potenziale in termini di utopia stia proprio alla base della piramide sociale.

Nessuna influenza locale?
Anche se la mia formazione non é stata quella del tipico "studioso" di Barragán, la cosa straordinaria degli architetti messicani é stata quella di saper sviluppare un linguaggio proprio, locale ed allo stesso tempo universale, con tanto stile. La mia formazione é avvenuta in realtá principalmente in Europa dove all´inizio ho lavorato da Enric Miralles a Barcellona? un architetto geniale ? e in un ambiente vivo come la Barcellona in quegli anni, piena zeppa di studenti che venivano da ogni parte d´Europa. Ho poi lavorato per qualche anno da Rem Koolhaas: ed é stata un´esperienza per me fondamentale. Era stato pubblicato da poco S,M,L,XL. E nonostante Koolhaas fosse uno degli architetti piú acclamati, la pubblicazione aveva assorbito tante e tali risorse che lo studio era andato in fallimento. Quando sono entrato eravamo in pochi e Koolhaas era abbastanza presente. é stato davvero entusiasmante partecipare a progetti come quello dell´auditorium di Porto, che abbiamo vinto. Koolhaas lasciava molto spazio alla capacitá di ragionamento autonomo dei suoi collaboratori, non voleva cloni. Tant´é vero che dalla sua scuola sono usciti una quantitá di architetti originali e riconosciuti.

Come vede la situazione del suo paese a livello internazionale, sia per quanto riguarda l´architettura, sia a livello generale?
Non sono ottimista al riguardo. C´é una situazione di crisi politica che sta dando origine ad una perdita apparentemente irrecuperabile. Non ci sono decisioni collettive orientate verso il futuro, solo azioni ampiamente propagandate e pubblicizzate come la famosa "guerra contro il narcotraffico", del tutto assurda, e che per di piú sta avendo dei costi impressionanti, anche in vite umane. Piú del 30% delle attivitá di questo paese si sviluppa in una condizione di extra formalitá e credo che in una situazione di questo tipo l´architettura sociale rappresenti una potenzialitá incredibile di miglioramento.

Fernando Romero
Titolare dal 1999 dello studio LAR (Laboratory of Architecture), con uffici in Messico e negli Stati Uniti. Ha lavorato con Rem Koolhaas OMA a Rotterdam dal 1997 al 2000, dove é stato project leader per il progetto vincitore del concorso Casa da musica di Porto (inaugurato di recente).

Vincitore di numerosi premi tra cui il Red Dot Award, Best of the Best per la Bridging Tea House 2006 e il Bauhaus Award 2005 per la Villa S. nel marzo 2006.



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