IL MURO OCCIDENTALE A PALAZZO VECCHIO

26/01/2020

IL MURO OCCIDENTALE A PALAZZO VECCHIO
Fabio Mauri, Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993. Valigie, borse, casse, involucri in cuoio, tela e legno (cm. 400x400x60) © Opera: Fabio Mauri con citazione di parte di fotografia “Ebrea”, 1971 di Elisabetta Catalano relativa all´opera di Fabio Mauri “Ebrea”. XLV Biennale di Venezia. foto: Graziano Arici. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and

In occasione delle celebrazioni per il Giorno della Memoria 2020, dal 27 gennaio al 23 febbraio, il Museo di Palazzo Vecchio accoglie nella Sala dei Gigli l’installazione Il Muro Occidentale o del Pianto di Fabio Mauri, un progetto Museo Novecento OFF ideato e curato dal direttore artistico del Museo Novecento Sergio Risaliti. 

L’installazione è un muro di quattro metri, formato da un cumulo di valigie e bauli accatastati in modo ordinato, di differenti dimensioni e materiali (legno, cuoio, tela).

Fu presentata per la prima volta da Mauri nel 1993 alla XLV Biennale di VeneziaIn seguito è stata installata nel 2011 al MAXXI di Roma e di nuovo a Venezia alla Biennale del 2013.

Di forte impatto, richiama i temi dell’esilio, dell’esodo forzato, delle migrazioni, restituendone varietà e complessità. 

Fabio Mauri, Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993. Valigie, borse, casse, involucri in cuoio, tela e legno (cm. 400x400x60). © Opera: Fabio Mauri con citazione di parte di fotografia “Ebrea”, 1971 di Elisabetta Catalano relativa all´opera di Fabio Mauri “Ebrea”. XLV Biennale di Venezia. foto: Graziano Arici. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth


«Ci sono opere come Guernica di Picasso o l’Angelus Novus di Klee – dichiara Sergio Risaliti – che più di ogni altra espressione artistica parlano del terrore e della violenza, dello sterminio degli innocenti e della banalità del male, dei mostri della Ragione.

A queste aggiungerei Il Muro Occidentale o del Pianto di Fabio Mauri, che alla tragedia della guerra e dell’Olocausto associa quella dell’esodo e dello sradicamento. Le valigie, innalzate come un muro, diventano il monumento alla memoria e al dolore di tutte le vittime del Potere e delle Ideologie nemiche dei diritti e della dignità dell’uomo».

«Il Muro Occidentale o del Pianto, come viene chiamato a Gerusalemme il muro residuo del Tempio di Salomone, è qui riedificato con valigie – si legge nel testo di Mauri che accompagna l’installazione fin dalla sua prima esposizione e che è quindi parte dell’opera. Tentativo di rappresentare quel necessario muro dell´ideale o della fede intellettuale, fra tutti i bagagli in transito, costretti ad espatriare, o portare con sè identità incenerite.

È una costruzione di provenienze dissimili che sta in piedi da sola, senza altro sostegno che la propria evidente complessità. Il morbido, il duro, il cartone, il cuoio sono, in questo muro, pietre e persone, un unico collage autoportante. Anche ad Auschwitz uno dei documenti più impressionanti lo edifica un cumulo di valige.Ognuna, nel nome e nell´indirizzo scritto sopra, comporta la certezza del ritorno».

Se da un lato il muro è uniforme e regolare come una vera parete, dall’altro lato si presenta sconnesso e a volumi variabili richiamando, secondo l’artista «la composizione moderna delle trasmigrazioni» che «dettate da numerose cause si presentano eccessivamente enigmatiche per essere subito composte e decifrate».

«Negli anfratti del 
Muro Occidentale o del Pianto, gli Israeliti infilano biglietti di carta con preghiere: relativi a l´anima, gli affetti, ai corpi, al come vivere la vita sulla terra – concludeva Mauri. Li ho simulati in un unico rotolo di tela. Una sorta di preghiera dell´arte.

Il Muro è il luogo, dicono gli Israeliti, dove Dio senz´altro ascolta: è il luogo del valore, quindi. Vi cresce anche una pianta, segno di un proseguimento di esistenza frammista che le pietre mute e squadrate o le valige vuote e inerti nemmeno loro possono impedire».

Fabio Mauri (Roma 1926 - 2009), protagonista del ciclo Solo al Museo Novecento (dal 24 gennaio al 30 aprile 2020) e tra i maggiori esponenti delle neoavanguardie del secondo Novecento, ha a lungo affrontato nella propria parabola creativa i percorsi delle ideologie e il tema della memoria, interrogandosi sul ruolo del “male” nella storia dell’umanità.