LA CASA GIAPPONESE AL MAXXI

24/01/2017

LA CASA GIAPPONESE AL MAXXI
Sou Fujimoto, House NA Tokyo 2011 Ph © Iwan Baan

Con l’interpretazione della casa di più di 50 architetti giapponesi prosegue fino al 26 febbraio al Maxxi di Roma The Japanese House, architettura e vita dal 1945 a oggi, un’esposizione capace di raccontare un’intera cultura.

Nata da un’idea di Kenjiro Hosaka e Yoshiharu Tsukamoto e curata da Pippo Ciorra in collaborazione con Kenjiro Hosaka (National Museum of Modern Art, Tokyo), Florence Ostende (Barbican Centre, Londra) e la consulenza di Yoshiharu Tsukamoto (Atelier Bow-Wow / Tokyo Institute of Technology), The Japanese House è la prima mostra italiana dedicata a un tema che ha prodotto alcuni dei più influenti e straordinari esempi di architettura moderna e contemporanea.

Sou Fujimoto Architects, House NA, Tokyo, 2011. Ph. © Iwan Baan

 

Oggetto ricorrente dell’immaginario artistico, cinematografico e visivo, la casa giapponese è anche il luogo in cui si incontrano la tradizione, con il suo sistema di regole e consuetudini, e la propensione all’innovazione e alla ricerca espressiva più radicale. Una convivenza evidente nelle prime case in legno di Kenzo Tange come in progetti più esplicitamente d’avanguardia come la Sky House di Kikutake  o nelle opere più recenti di Sanaa e Toyo Ito.

Ufficio di Ryue Nishizawa, Moriyama House, 2005, ph © Takeshi Homma

 

La convivenza di tradizione e innovazione sottolinea il tema della continuità della cultura giapponese. Continuità che in architettura si manifesta tra interno e esterno della casa, tra natura e artificio, tra materiali antichi e moderni. La mostra evidenzia i legami costruiti attraverso le università, gli atelier, le associazioni, tra le varie generazioni di maestri e allievi, diventati poi a loro volta maestri. Lo troviamo nelle opere di Shirai, di Sakamoto, dello stesso Kengo Kuma e di molti altri progettisti.

Antonin Raymond, casa e studio Raymond in Azabu, 1951, image courtesy of Raymond Architectural Design Office Inc.

 

Il terzo aspetto che la mostra mette in luce riguarda infine il ruolo dello spazio domestico come chiave d’accesso all’intera cultura metropolitana e al metabolismo urbano del Giappone di oggi, caratterizzato dalla congestione silenziosa degli spazi urbani, dal legame tra gli immaginari di architetti, artisti, creativi, fino all’impenetrabile ricetta che permette a ogni progettista giapponese di mescolare con innata sapienza sobrietà scintoista e minimalismo occidentale, materiali primordiali e hi-tech, privacy e trasparenza.

Non si può in questo senso non rimanere affascinati dalle opere di Shinoara, di Ryue Nishizawa e di Sou Fujimoto, così come da quelle dei loro più giovani epigoni. 

Atelier Bow–Wow, Pony Garden, Courtesy of Atelier Bow – Wow

 

L’allestimento disegnato da Atelier Bow-Wow in collaborazione con il MAXXI intende riprodurre la sensazione spaziale degli edifici presentati, nei quali la funzionalità è spesso intesa più come un dispositivo psicologico che pratico.

Hideyuki Nakayama, O House, 2009, ph © Mitsutaka Kitamura

 

Disegni, modelli, fotografie d’epoca e contemporanee insieme a video, interviste, spezzoni di film e manga, opere di artisti compongono il percorso di mostra insieme alle riproduzioni in scala reale di frammenti e sezioni di edifici particolarmente significativi come la House U di Toyo Ito, il rifugio di emergenza di Shigeru Ban e altri elementi essenziali dello spazio domestico giapponese.

 

I materiali “non architettonici”, come le opere di artisti, filmakers, disegnatori di anime o fotografi, vogliono rendere più immediata la comprensione del rapporto tra l’abitante giapponese e la propria casa e allo stesso tempo allargare lo sguardo del visitatore a una visione più ampia di una cultura infinitamente ricca e attraente ma che spesso è stata descritta in modo sommario, esotico o eccessivamente romantico. 

 

In mostra tra gli altri i progetti di Takefumi Aida, Atelier Bow-Wow, Takamitsu Azuma, dot architects, Go Hasegawa, Itsuko Hasegawa, Hiromi Fujii, Terunobu Fujimori, Sou Fujimoto, Ikimono Architects, Kumiko Inui, Osamu Ishiyama, Toyo Ito, Yuusuke Karasawa, Kiyonori Kikutake, Chie Konno, Kisho Kurokawa, Kiko Mozuna, Hideyuki Nakayama, Kazuhiko Namba, Ryue Nishizawa (Sanaa), Keisuke Oka, onishimaki + hyakudayuki architects, Antonin Raymond, Junzo Sakakura, Kazunari Sakamoto, Kazuyo Sejima (SANAA), Kazuo Shinohara, Seiichi Shirai, Kenzo Tange, Tezuka Architects, Riken Yamamoto, Junzo Yoshumira, Takamasa Yoshizaka.

 

Dopo la tappa romana, The Japanese House proseguirà al Barbican Centre di Londra dal 23 Marzo al 25 Giugno 2017 e, in estate, al Museum of Modern Art di Tokyo.

Atelier Bow–Wow, Split Machiya (facciata), ph. courtesy of Atelier Bow–Wow



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