Quel che resta del giorno

13/05/2009

Quel che resta del giorno
Uno scatto dalla serie "Milano immaginata"

La prima impressione che suscitano le sue foto urbane, per la singolare scelta del punto di osservazione spazio-temporale, é quella di una cittá che c´era fino a un minuto prima e che ora, nelle inquadrature, sembra un impossibile museo
di se stessa.
Impossibile perché appare comunque chiaro che é una cittá ancora viva, o almeno lo era fino a un istante prima dell´arrivo dell´obiettivo. Sará l´effetto del grandangolo o di uno stato d´animo? Se é vera la seconda risposta, quel che vediamo sulla carta riflette anche un nostro vago sentire, difficile da definire ma che sappiamo comporsi di inquietudine, incertezza rispetto al futuro e rimpianto - per quanto ingiustificato - del passato. Anzi, non proprio passato: di quel che sentiamo che inesorabilmente sta passando. Poi i paesaggi urbani mutano, diventano ?cose? (una delle macroclassificazioni del lavoro di Massimo) che in realtá sono ?cose? che compongono il paesaggio urbano, e cioé architetture. Viste come le vede un architetto: inquadrate, dentro e fuori scala, sempre in corretta - per quanto inaspettata - proporzione compositiva.
Massimo infatti é prima di tutto un architetto: ce lo ricorda ogni volta che lo rinnega, e lo fa con la stessa insistenza con cui un ex fumatore disdegna il fumo. Epperó ce ne accorgiamo anche da soli e non solo osservando la cittá e le architetture dal suo punto di vista, ma anche nei ritratti. Infine vengono le superfici, che é dove le fotografie diventano un´altra cosa. Rimangono testimonianze interpretate della realtá ma sembrano dipinti. Della realtá conservano la natura tridimensionale, ma la profonditá di campo si coglie solo nelle grandi dimensioni e a ben guardare. Come negli scatti della mostra ?il dada é tratto: muri ad un´esposizione?: ritratti di pareti di una fabbrica di vernici da poco dismessa. Scatti frontali, sfacciati che restituiscono composizioni cromatiche dove la valenza estetica contiene (non ?spiega, documenta?: contiene) una storia del lavoro, di un sistema economico che é solo di ieri ma sembra giá lontana archeologia, nei metodi (malandrini ma giá rimpianti) e nei luoghi, destinati a rapido cambio di destinazione d´uso. Ovvero e in altre parole: Massimo Prizzon, che nella vita fotografa da sempre anche se ha fatto mille altre cose, tra cui l´architetto, possiede l´incomprensibile facoltá di fotografare l´anima delle cose.



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