SLOOW WOOL

13/10/2014

SLOOW WOOL
(foto ©Alessia Musolino)

Trasformato in pixel, un marchio del 1873 si fa trama e ordito di un tessuto e racconta una storia di resilienza industriale. Sulla Sila, tra cultura e artigianato.

Questa storia nasce con la scomparsa, dai monti della Calabria, della “pecora gentile”, razza autoctona di qualità comparabile alle merinos. Per effetto delle politiche agricole comunitarie, nel giro di pochi anni scompare un’intera filiera produttiva (allevatori, tosatori, chi lava la fibra grezza, i tintori, i produttori di filato) e il destino del Lanificio Leo, il più antico di Soveria Mannelli, sembra segnato. Ma il padre di Emilio Leo non si rassegna e rileva le quote degli altri soci.

A quel punto (siamo nel 1993) Emilio, che studia architettura, deve fare i conti con: i preziosi telati Jacquard di fine Ottocento dell’opificio, il cui valore – secondo i punti di vista – può essere quello del ferrovecchio o del reperto museale. Tra le due opzioni Emilio ne sceglie una terza: trasforma la fabbrica in luogo di sperimentazione e ricerca. Un percorso che nel 2001 lo colloca nella rosa dei finalisti del Premio Guggenheim – Impresa & Cultura e che gli vale il premio Cultura di Gestione di Federculture.

Immagini dei tessuti del lanificio Leo (foto ©Alessia Musolino)

Il Lanificio Leo diventa una FabLab: per alcuni anni la fabbrica ospita un festival estivo – Dinamismi Museali – che richiama artisti, musicisti, creativi e designer dall’Italia e dall’estero. È qui che, nel 2004, i ragazzi di Studio Charlie incontrano Emilio e si innamorano dei telai Jacquard, una tecnologia “informatica” ante-litteram che opera precisi rilievi tridimensionali in trama e ordito per mezzo di schede perforate. L’idea che ne nasce – trasformare il marchio “rasterizzando” la pecora del vecchio opificio per trasferirla con i vecchi telai su coperte e plaid in lana – caratterizza la nuova produzione del Lanificio Leo, avviata con continuità dal 2008 utilizzando filati italiani, anche se purtroppo non più di origine locale. È il Punto Pecora di Studio Charlie, entrato nel 2007 nella selezione ADI Design Index.

Una scheda perforata che programma il funzionamento di un telaio Jacquard (foto ©Alessia Musolino)

Ogni anno il Lanificio Leo produce nuove collezioni di un tessuto che, come abbiamo visto da dePadova, nelle sue versioni Pleut e Brzz funziona benissimo anche come tessile per arredamento (copridivano, copriletti, tappeti). La collaborazione tra i designer e l’impresa prosegue poi con il disegno di decori contemporanei per l’antica tecnica della stampa xilografica su tessuto, realizzata a mano utilizzando stampi in legno di pero e una pasta a base di ruggine e aceto.

Immagini della fabbrica calabrese (foto ©Alessia Musolino)

Nel frattempo, con nuovi macchinari a controllo numerico l’azienda, che oggi impiega 10 persone, ha avviato un reparto maglieria e accessori-moda che assicura efficienza e continuità produttiva con una gamma di prodotti molto amata dal pubblico del Nord Europa. Degli anni della sperimentazione rimane il reparto museale, attivo come nelle intenzioni iniziali di chi voleva conservare un pezzo di memoria muovendosi secondo le logiche del mercato, senza chiedere sovvenzioni o finanziamenti a fondo perduto. La cultura produce reddito anche con tecnologie low-tech.

 

 

Punto Pecora

Il Punto Pecora è un lavoro di astrazione sul segno che identifica il Lanificio Leo: l’immagine di un agnello. Il disegno, portato al limite della riconoscibilità e sviluppato in scale diverse (S, M, L), diventa l’unità minima di tre tessuti diversi appartenenti ad un’unica famiglia. L’intreccio tra trama e ordito viene reinterpretato in chiave tecnologica: una griglia di punti come un foglio bianco, sul quale disegnare attraverso il linguaggio della tessitura. I l progetto dà vita a tessuti contemporanei, nei colori e nel disegno, per mezzo di una tecnologia antica, il telaio Jacquard.

(foto ©Alessia Musolino)

Pleut

Una pagina scritta è una trama di segni che, ancor prima di essere interpretati, ci comunicano molte informazioni, come ad esempio il genere letterario cui il testo appartiene. I calligrammi di Apollinaire sono poesie in cui il senso è trasmesso anche dalla composizione tipografica. Ogni tessuto è una trama di punti, colori, filati che potrebbe appartenere a un alfabeto immaginario. Ogni tessuto è “poesia visiva”. Nel tessuto Il Pleut il modulo base si ispira alla forma visiva dell’omonimo calligramma di Apollinaire, e moltiplicato dalla tessitura genera un motivo in cui i punti cadono come gocce.

 (foto ©Alessia Musolino)

Brzz

Come se un retino a quadretti con copertura del 50% avesse subito delle smagliature, stirature, che hanno deformato (secondo passi finiti) i quadretti, mantenendo però la caratteristica della copertura media, per cui “da lontano” si percepirà il colore medio, da vicino invece la texture geometricamente irregolare, sfasata, distorta. La classica trama a scacchi ha subito una (o più) distorsioni. L’effetto è una trama dinamica: Brzz.

(foto ©Alessia Musolino)



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