Slow architecture

03/02/2010

Slow architecture
Autodromo di Imola, tribuna ecologica (1992) La tribuna si fa paesaggio come un vigneto; si utilizzano legno e altri materiali di normale produzione per la costruzione. Si annullano gli sfridi, non ci sono impianti e gli spettatori sono integrati nel verde

A novembre Libria ha pubblicato Slow architecture istruzioni per l´uso. é il secondo testo dell´architetto Enrico Frigerio, dopo Slow architecture for living e dopo l´esperienza biennale della mostra itinerante A journey in slow architecture. La slow architecture é un invito a ritrovare un corretto rapporto con il contesto, ricercandone le risorse per il progetto, a confrontarsi con il pensiero e a perseguire un concetto di qualitá totale dall´idea iniziale fino al cantiere e dopo, immaginando la gestione e le funzioni che l´edificio assumerá nel corso della sua vita. Ne parliamo con l´autore.

Architetto Frigerio, perché ha sentito il bisogno di redigere un manifesto e di scrivere un libro?

L´avventura inizia nel 2005 quando mi sono chiesto perché gli architetti contemporanei avessero cosí scarsa propensione a dichiararsi, a dichiarare la propria identitá, che é poi l´identitá delle proprie idee. Pensavo fosse il caso di parlare. Di qui il primo libro, il libro-manifesto che segna l´inizio di un percorso che ha compreso una mostra itinerante (partita nel 2006, conclusasi nel 2008) grazie alla quale lo studio e il sottoscritto hanno avuto vari confronti in giro per l´Italia e per l´Europa. Secondo me questo é un punto importante: confrontarsi, mettersi in gioco in un contesto piú ampio. ?Slow architecture istruzioni per l´uso? non vuol essere né un manuale né un prontuario, ma una sorta di reagente. Parla di un´architettura progressiva che vive nel tempo e trae dal contesto le risorse per la sua definizione.

Spazio e tempo. C´é un´architettura fatta per durare e un´architettura del real estate, fatta per arrivare a break-even e poi essere sostituita con nuove costruzioni?

In termini assoluti questo non é proprio vero. Credo si debbano interpretare al meglio le motivazioni che stanno alla base d´un progetto e le funzioni per le quali il progetto é richiesto. Mi spiego con un esempio. Se c´é da realizzare qualcosa che duri poco (sia cioé del genere effimero), si organizzerá il progetto con modalitá e materiali che rispondano a quelle specifiche prospettive; se invece c´é da fare qualche cosa destinata a durare, sarebbe folle pensarla con caratteristiche e dettagli che non conservino nel tempo le medesime prestazioni. Se posso citare un caso che riguarda il mio ex capo e maestro Renzo Piano, ricordo che il suo Beaubourg, dopo un certo periodo di tempo, é stato completamente rifatto. Perché? Perché era stato consumato. Aveva svolto pienamente la funzione per la quale era stato progettato e quella fruizione era finita in attivo: si era pagata. Questo ha permesso che, con i conti in ordine, vent´anni dopo, tutto potesse ricominciare. Non sempre succede cosí.

L´etica, per un architetto, risiede nella ricerca della qualitá?

Non credo che l´etica dell´architetto sia riconducibile al solo livello della qualitá, anche se é certo che la qualitá, in architettura, é elemento fondamentale. Non a caso nel mio libro parlo di qualitá totale, traguardo che non é garantito dalla ricchezza del budget. La qualitá é legata alla ricerca: chiama in causa il fattore iniziale, progettuale, che si evolve e ha il suo compimento nel cantiere. Riguarda dunque tutto il processo del progetto. Come dice il nome, qualitá totale chiama in causa l´universo della bontá architettonica: fisionomia, estetica, dettaglio, funzionalitá, compatibilitá, possibilitá di gestione, durata.

In fondo sono i principi di Vitruvio: firmitas, vetustas, venustas

Sicuramente, per me la storia é un bacino enorme di sapere. Ma alla storia si deve attingere con criterio e rigore, da scolari attenti, scrupolosi, mai passivi. Se il carattere ineliminabile dell´architettura é, come credo, d´essere contemporanea, la lezione della storia non potrá dare come frutto la ripetizione di un modello.

Con Vitruvio l´architetto era prima di tutto un costruttore e doveva riunire in sé diversi saperi, persi via via a causa della crescente specializzazione delle conoscenze e dei mestieri. Ma la specializzazione e la tecnica ?tutto é possibile, sempre e dovunque- non rischiano di farci perdere di vista un corretto rapporto con il luogo specifico, le sue caratteristiche e la cultura del territorio?

Non sono d´accordo. Parlerei piuttosto d´una rivoluzione importante avvenuta nel campo del progettare e del costruire. Non é che i saperi si siano persi: é vero invece che le modalitá secondo le quali si svolge oggi questo mestiere sono molto differenti dal passato. Una volta l´architetto era depositario di un sapere che ruotava intorno all´edilizia. Questo sapere si é esteso e si é arrivati alla necessitá di una specializzazione dovuta a sua volta tanto alla maggiore quantitá e complessitá degli strumenti, dei materiali che entrano in gioco, compresi i metodi di calcolo, quanto alla crescente complessitá delle norme e delle leggi. é impossibile che una sola persona possa contenere tutto questo sapere. Sono cambiati alcuni modi e mezzi con i quali l´architetto interviene. E forse proprio per questo oggi piú che ieri la figura dell´architetto si profila come importante.

Parlerei a questo proposito di cultura del progetto. Lavoro integrato in tutte le sue fasi, dall´ideazione alla costruzione finita, il progetto dev´essere necessariamente coordinato proprio per la somma di specializzazioni che il suo sviluppo richiede. E l´architetto puó e deve essere una sorta di regista di questo processo proprio per la varietá trasversale di conoscenze e di competenze che possiede. Deve filtrare e comporre la somma delle informazioni in modo organico.

L´innovazione oggi puó provenire dall´osservazione dei comportamenti della natura. Animali e piante risolvono le proprie esigenze di crescita all´interno, e non a scapito, dell´ecosistema. Lei cosa ne pensa?

La natura é certo uno dei migliori esempi d´impiego delle risorse: minimo dispendio, massimo risultato. E ha la capacitá di adattarsi e adeguarsi alle varie realtá e situazioni. Non a caso del resto la slow architecture predica la necessitá dell´uso scrupoloso del contesto: ammonendo che rapporto e confronto debbono svilupparsi in modo che sia sempre possibile la realizzazione di un´architettura armoniosamente integrata nell´ambiente che dovrá essere il suo.

L´innovazione in architettura nasce fondamentalmente da una ricerca che deve partire da un presupposto: oltre alla natura, le fonti di ispirazione sono infinite. Io ritengo a questo proposito che ci sia un problema di capacitá di ascolto: l´architetto deve aprirsi al piú vario ventaglio di possibilitá. Questo é lampante nell´epifania del cantiere, un luogo dove la ricerca non si ferma, confermando che si tratta di mettere ogni volta in discussione quello che si fa. Troppo spesso diamo per scontate cose che ci proteggono dal confronto cui evidentemente riluttiamo. Mentre solo il confronto puó generare nuove idee e soluzioni.

Ed entra in gioco anche un altro fattore: la conoscenza. Ai tempi del liceo, nelle esercitazioni, il professore di disegno tecnico ci chiedeva di mettere in prospettiva un solido ? con libera scelta. Inutile dire che la maggioranza sceglieva il cubo, ossia il solido piú facile da mettere in prospettiva. Conoscenza é ricerca e conquista di novitá. Non ci si puó fermare sul comodo sedile offerto da un cubo. Ci si deve avventurare in terreni diversi se non ignoti usando tecniche e materiali in modi uguali e contrari: ricercando, sperimentando, osando.

Esempi di architettura globalizzata?

Esempi di architettura globalizzata? Sono tantissimi, la risposta é troppo facile: non occorre andare nelle megalopoli per trovarli. Purtroppo la globalizzazione piú volgare ci assedia alle porte di casa. Appartengono infatti di diritto all´universo della globalizzazione tutte quelle architetture che prescindono dalle culture locali, dalla storia dei luoghi e delle persone, dalle caratteristiche ambientali. Queste per me sono le sole condizioni capaci di garantire l´armonico radicamento dell´architettura nel territorio, in spazi che abbiano al centro l´ambiente e l´uomo.



Commenti



Nessun commento presente.


PAGINA: